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 Libertà di espressione 25 aprile-1 maggio 2011

Wednesday, May 5, 2010 11:01AM
 
Isn’t literature about language?
Posted By: Antonio Romani

Tags: Gopnik, Rushdie, Lago, Prieto, Landsman, immigrati, identità, fiction, New York
Two worlds: isn't literature about language?




Adam Gopnik non è riuscito a mantenere le ambiziose promesse che si potevano leggere  sul foglio di presentazione di questo stimolante panel su come l’arrivo negli Stati Uniti possa  modificare l’attività creativa di chi è cresciuto altrove.  Ma d’altra parte chi sarebbe in grado di contenere e guidare l’esuberanza di Salman Rushdie, ben spalleggiato dalla vivace sudafricana Anne Landsman, e da un Eduardo Lago, che silenzioso all’inizio, si rivelava sempre più verboso alla distanza?  Solo Josè Manuel Prieto è sembrato disciplinato ma sotto tono. Forse perchè è poco portato all’esibizione per sua indole, ma credo più semplicemente perchè il suo inglese è largamente inferiore alla sua madrelingua spagnola e forse anche al russo acquisito.
Alla fine l’evidente discriminante tra i quattro, o meglio tra  Rushdie e Landsman da una parte e Lago e Prieto dall’altra, è proprio la lingua.   I primi due hanno sempre parlato inglese, in India e Sud Africa, loro paesi d’origine.   Gli altri due, immigrati come loro, forse anche più di recente, hanno ancora i loro problemi di indentificazione con l’americano  (per quanto impuro e commisto in questa città, a più di 800 parlate diverse, come si è letto in un recentissimo articolo sul NYT).
Ciò vale per chiunque, ma ancor più per uno scrittore, mi sembra ovvio.  La lingua determina gran parte della nostra identità, condiziona la nostra capacità di comprensione della realtà, e l’efficacia delle nostre risposte ai suoi stimoli.
Questa almeno è la mia esperienza di nuovo immigrato a sessant’anni (si parva licet componere magnis), in lotta costante con le difficoltà procurate da tanti segnali di non appartenenza, per primo quello linguistico.  E’ come camminare con un sacco pesantissimo sulle spalle: vai più piano degli altri, ti volti a fatica, non vedi, devi fermarti a riposare, ti senti costantemente superato, ti frustra non poter dimostrare la tua naturale agilità.
Sono convinto che Prieto si sentiva così sul palco, sovrastato dalla miscela pirotecnica di  Rushdie, dall’irruente esibizionismo della Landsman, e dalla curiosa ma efficace espressione di Lago, il cui ritmo suonava più spagnolo che americano.
Purtroppo il tema dell’incontro è stato sviluppato per lo più con aneddoti personali, con cui legittimamente ciascuno ha cercato di “narrare” i primi contatti con New York.  D’altra parte cosa possono fare dei fiction writers, se non “narrare” le proprie esperienze?  E come sempre accade nella “fiction”, è stata la lingua, la forma l’elemento più efficace e interessante della loro comunicazione.
Solo alla fine Salman Rushdie ha parlato di cosmopolitismo, ma l’argomento non è stato sviluppato granchè.   Tra chi vorrebbe rafforzare i propri legami identitari con le proprie ( presunte) radici, e all’opposto chi teorizza l’appartenenza ad una astratta cittadinanza universale, c’è chi vive e fatica quotidianamente in mezzo al guado, cercando di capire le differenze, lasciandosi spingere dalla curiosità piuttosto che dalla diffidenza. 
Se chi vive queste stimolanti esperienze ha la capacità creativa dello scrittore, il suo punto di vista è quanto di più fresco e innovativo possiamo aspettarci nel panorama spesso asfittico e ripetitivo della fiction.
La cultura americana, e newyorkese specialmente, appare sempre più capace di accogliere le diversità, anche linguistiche: in questo senso mi sembra che si possa considerare la più viva e feconda del mondo. 









Va segnalato che in questo contesto di mobilità e inadeguatezza linguistica, la traduzione assume una funzione nuova, interessante, degna di considerazione autonoma.
 
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