| Tuesday, April 26, 2011 8:40AM | | | | The New Public Intellectual | Posted By: Antonio Romani
|
| Tags: intellettuale, impegno, organico, High Line, perception manager, pensiero unico, autorità, oggettività, onestà, immaginazione | Panel sul tema: The Public Intellectual, con Manuel de Lope, Peter Godwin, Linda Polman, Hervè Le Tellier, modera Jane Ciabattari.
Un po' di anni fa gli intellettuali volevano, quasi tutti, proporsi un ruolo pubblico, diciamo impegnato, e si chiedevano, o si chiedeva loro, se erano organici, o no. A cosa? Alla classe operaia, ovviamente, e quando sparì, al Partito (Comunista, ovviamente). Ma adesso anche il Partito non c’è più, e allora organici a che cosa?
Questo dilemma non vale solo per il clima culturale italiano; credo si attagli alla condizione dell’intellettuale in genere, almeno nel mondo occidentale. E poi bisognerebbe chiarire cosa si intende quando si parla di intellettuali: perchè un fisico atomico, un microbiologo, un genetista, non rientrano naturalmente in questa categoria? E perchè tutti coloro che hanno invece a che fare con giornali e i libri di fiction sì, come per diritto?
Domande non nuove, l’argomento è già stato affrontato, ma i tempi sono certamente nuovi, e dunque è stata una idea brillante, da intellettuale vero, quella di organizzarci il primo panel del settimo Pen World Voice Festival del 2011.
La prospettiva dalla High Line e dal The Standard disorienta, tanto è aperta e affascinante sulla città e sul fiume.
E in effetti, a fatica, solo abbozzata, anche sul tema in discussione, è emersa una nuova prospettiva, che certo non ha nulla a che vedere con le vecchie categorie marxiano-gramsciane che accennavo sopra.
Hervé Le Tellier, versatilissimo membro dell’Oulipo, ha iniziato sentenziando l’ovvietà, che l’intellettuale non può ignorare il passato, e, cosa meno ovvia, se ho capito bene, che la sua funzione politica è lavorare su forme nuove di comunicazione per immaginare il futuro.
Linda Polman, olandese freelance, fiera di definirsi giornalista, ha storto il naso alla definizione di intellettuale pubblico, perchè solo chi ha ‘mangiato merda’ come lei, lavorando sul campo per 17 anni, fianco a fianco con la realtà dura che voleva divulgare, è credibile. Diffida dei ‘perception manager’, non a caso di origine militare (ha citato anche Goebbels), e individua il suo ruolo nella demistificazione dei comunicati ufficiali. Per esempio, oggi tutti denigrano le Nazioni Unite, come corrotte e inpotenti, ma in realtà per quanto imperfetta, è l’unica forza su cui i più deboli possono contare, e l’unica reale alternativa al pensiero unico.
Con lei tornerà a concordare Le Tellier, quando dirà che il tratto distintivo dell’intellettuale per lui è la capacità di liberarsi del proprio imprinting, aprirsi ad una comprensione simpatetica degli altri, dubitare sempre, educare all’indipendenza di giudizio: in sostanza dedicarsi alla distruzione sistematica dell’autorità, ha detto.
Peter Godwin, dall’impressionante pedigree di cui anch’egli è visibilmente fiero, nato in Rodesia, arruolato contro Mugabe futuro leader e dittatore dell Zimbawe, raffinati studi a Cambridge e Oxford, corrispondente nell’Europa dell’Est, autore di memoirs, riconosce e in qualche modo rifiuta il sospetto tipicamente anglosassone per l’idea stessa di intellettuale pubblico, e rivela l’adesione appassionata al ruolo di coscienza critica, cui solo da testimone portatore di imprinting storicamente determinati (ha vissuto il colonialismo, ma anche l’involuzione in dittature delle giovani democrazie dell’indipendenza africana), può aspirare.
Manuel de Lope, eminente scrittore spagnolo, mi dà implicitamente ragione (e anche Le Tellier, per la verità, che ha rivendicato le sue origini di matematico) quando ricorda che la sua funzione di intellettuale pubblico, se esiste, non gli deriva dal carcere e dall’esilio dalla dittatura franchista. A vent’anni era orientato a studi di economia e ingegneria. Fu dopo che si trovò a suo agio nell’esprimere la diversità del suo punto di vista nella scrittura narrativa. Suo modello di intellettuale è Montaigne, di cui apprezza la pragmatica onestà nel rapporto con la vita quotidiana.
Sollecitati alla fine da due domande intelligenti, tutti hanno concordato sulla necessità di amplificare le voci di coloro che non possono parlare o non sono ascoltati, senza pretendere l’oggettività, puntando invece a mettere in gioco onestamente la propria soggettività per tentare almeno di essere autentici.
Forse non subito, magari qualche anno dopo, come da un fiume carsico, certe testimonianze di vera adesione sentimentale, non redazioni di informazioni da ‘perception managers’, daranno i loro frutti, e saranno il contributo pubblico dell’intellettuale che le ha prodotte. Ma quando l’ha fatto era solo, isolato, andava faticosamente controcorrente.
Purtroppo il panel è stato chiuso in fretta e furia dalla moderatrice, perchè erano arrivate le sette, e qui sono di una precisione teutonica. Se si fosse speso qualche minuto in meno per le presentazioni ufficiali, e per la promozione (in sè lodevole, ma affidabile ad un foglio da distribuire) di cinque letture per il pubblico, che si ripeterà ad ogni evento, sarebbe rimasto più tempo per approfondire.
Alla fine tutto è rimasto allo stato dell’abbozzo.
Ma qui non siamo ad un congresso accademico o politico.
Forse è proprio questa la funzione del World Voices Festival: stimolare, risvegliare, smuovere dalle ragnatele della memoria, suggerire, aprire alla diversità, al fascino dell’immaginazione...
Ehi, ma non è questo il ruolo dell’intellettuale pubblico?
| | | |
| | |
|