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 Libertà di espressione 25 aprile-1 maggio 2011

Wednesday, April 27, 2011 8:08AM
 
The Decency of Boredom: DFW
Posted By: Antonio Romani

Everything and More: The Pale King by Davis Foster Wallace

Alla fine l’impressione era di stare ad uno di quei funerali di campagna, quando il momento della commiserazione è rapidamente rimpiazzato dall’allegria dei sovravvissuti.
Non è un giudizio, lo dico anzi con sollievo. Quanto più si tributa a David Foster Wallace il riconoscimento della sua enorme sensibilità artistica, tanto più si riconosce la propria diversità, che quanto meno ci consente di sopportare la vita.

Viviamo nel paese della ricchezza, del capitalismo avanzato, nel più lungo periodo di pace interna mai sperimentato, eppure siamo tormentati dalla noia e dall’infelicità.
Questa la domanda di fondo cui Wallace tenta di dare un senso, non una risposta, in tutta la sua opera.

In The Pale King la scelta di ambientare la storia nei meandri dell’Internal Revenue Service, sembra rivelare un tentativo di politicizzarla più direttamente, adombrando il tema di una più equa ridistribuzione della ricchezza, ma non sta qui il centro del libro.

Pietsch, Moody e Veronesi hanno ampiamente concordato sul valore di quest’ultimo lavoro incompiuto di Wallace, in cui la tensione morale, nella tipica discontinuità della narrazione, sorregge l’intero impianto.

La noia e il dolore non sono indecenti, anche se l’informazione globale ci dice di altri dolori più crudi e immediatamente percepibili, dove violenza e ingiustizia regnano sovrani.

La grandezza di Wallace consiste proprio nella sua analisi dell’apparenza della banalità, e nella sua capacità di recuperare brandelli di umanità che un affrettato giudizio politico-ideologico non vede o ignora.

In questo senso Veronesi ha scosso la platea affermando che la lettura di Wallace è una indimenticabile esperienza della perdita del tempo, non waste of time, ha aggiunto rassicurandoci tutti. Tra molti anni la sua infaticabile, magmatica analisi dei dettagli avrà preservato quelle briciole di verità che aiuteranno altre generazioni a capire qualcosa del mondo in cui noi viviamo.

Veronesi ha concluso l’incontro raccontando della lettura pubblica integrale di Infinite Jest, da lui organizzata assieme al traduttore, suo amico, nel dicembre del 2000.

In un piccolo teatro romano, cominciarono un venerdì sera ad alternarsi alla lettura, e pian piano si aggiunsero decine di volontari (anche i giornalisti, che arrivarono quando la voce cominciò a circolare, furono coinvolti nella performance), fino alla conclusione, la domenica sera, che fu l’ultima pagina, letta in italiano, da David Foster Wallace stesso, da una segreteria telefonica di un amico comune, tenuta vicino al microfono da Fernanda Pivano, la musa della beat generation in Italia.

Fu una serata memorabile, ha raccontato Veronesi, una della più belle della sua vita, perchè avevano trovato il modo di esprimere l’enorme energia contenuta nel libro.

Questo il frutto dell’elegia di David Foster Wallace alla noia e all’infelicità, una fruizione collettiva, gioiosa, eccitata.

L’aneddoto raccontato da Veronesi ha aiutato a dar conto (we are all called to account) di questo evento all’interno del Pen World Voices Festival.
 
1 Comment | Add a Comment
 
4-28-11 1:23PM: Anna said...

Il tentativo di dare un senso e non una risposta. Penso che con questa frase abbia perfettamente colto lo spirito dell'opera e di DFW, di cui ormai temo di essere perdutamente innamorata. Grazie per questo bellissimo reportage da NY. Anna


 
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